domenica 8 ottobre 2017

La Calabria è un altro Paese.

La Calabria è un altro Paese. E’ una frase ambigua, l’ho sentita spesso dire da altri con tutt’altro significato di quello con cui l’ho appena scritta io.
Magari da qualche romano che sfoga così, replicando ottusità, la frustrazione  a cui lo sottopone chi crede di essere più civile solo perché risiede qualche chilometro più al nord.
“Roma è Africa, i romani sono incivili, basta guardare le strade”. E invece di rispondere con intelligenza a queste osservazioni, ecco che Roma guarda più a sud e fa lo stesso errore. 
Perché il pregiudizio, chissà come mai, fa sentire tutti migliori. Basta uno slogan banale a farci sentire diversi. Paradossale.
La Calabria è un altro Paese, sì.
Sono anni ormai che la penso così e nel mio viaggio tra la Grecia e l’Italia, trovo casa in questa terra di mezzo che, a mio avviso, ha preso i pregi di entrambe e ne ha minimizzato i difetti.
Lo Yachting Kroton Club a Crotone e il Marina del Carmelo a Vibo Marina sono ormai da anni i nostri due approdi abituali, due pause dal mare d’autunno distanti tra loro ma nella stessa regione, due città che pur guardando mari diversi hanno in comune quello spirito marinaro che io, nel nostro bel Paese, non son ancora mai riuscita a trovare altrove.
Torniamo a Crotone dopo due anni di assenza e ritroviamo lo stesso affetto e calore di sempre. Sincero, disinteressato, vero, qualcosa a cui non si è più abituati. Lo YKC ha un pontile in più e una sede nuova di zecca, bella, moderna, accogliente. 
Mentre l’Italia va indietro, Crotone fiorisce. È un altro Paese la Calabria, capite il senso, ora?
Incontriamo Ugo Pugliese, ex Presidente del Club, impaginato nella sua nuova missione di Sindaco della città. La fatica e la stanchezza che posso immaginare siano ormai compagne di viaggio della sua vita e di quella “gioiosa macchina da guerra” di sua moglie Francesca, hanno perso in partenza, annientate sul nascere da un incrollabile entusiasmo e una testarda fiducia pragmatica sul futuro.
“Pur cercando di dare risposte quotidiane a una cittadinanza provata dalla crisi e dalle difficoltà, stiamo lavorando soprattutto per la Crotone che verrà tra 10 - 20 anni, cercando di ricostruire la sua struttura e la sua identità” mi dice Ugo con gli occhi che brillano di felicità.
Implicito è il fatto che qualcun altro raccoglierà la gloria delle sue fatiche. Straordinario che oggi in Italia qualcuno lavori non per se stesso ma per chi arriverà a goderne i meriti.
Glielo faccio notare e sorride “Magari per allora il sindaco sarà qualcuno dei ragazzi della mia squadra”, replica orgoglioso. Ma comunque vada, fa nulla, l’obiettivo è sempre e solo la città.
Ci presenta alcuni assessori e consiglieri, tutti giovani, forti e allegri nonostante la fatica. Tutti con la sua stessa luce negli occhi. Sembra il clima di una start-up, è il clima di una start-up: dedizione, fiducia, curiosità, spirito di iniziativa.
Ugo ci racconta quanto ha fatto, quanto ha in animo di fare, ci soffermiamo sui progetti inerenti lo sviluppo portuale per ovvia comunanza di interesse. Sono impressionata dal lavoro, quantitativamente e qualitativamente, ma soprattutto sono impressionata dalla determinazione. Ho come l’impressione che più il compito si fa difficile più queste persone producano energia. L’obiettivo è la città, si lavora bene per forza con un obiettivo così, con la faccia di uno che non consente su questo obiettivo compromesso alcuno.
Secondo me, Crotone ce la farà e ce la farà alla grande.
Lasciamo come al solito troppo presto questa capitale della Magnagrecia che per noi giace tra due lunghissime navigazioni e che forse anche per questo ha il sapore di una casa accogliente che poi è l’unica cosa che davvero cerca in terra la gente di mare.
Arriviamo a Vibo e troviamo lo stesso identico spirito.
Avviso Franco, patron del Marina del Carmelo che faremo tardi, magari ci fermiamo in rada da qualche parte stanotte per entrare domani ma lui mi rassicura “Non c’è problema, chiamami quando sei a 3 miglia che vengo ad accoglierti in banchina”.
Le regole qui sono dettate dall’accoglienza, unica e vera luce guida che accompagna ogni giorno al successivo.
Come mai al Marina del Carmelo, allo YKC, sanno di cosa ha bisogno chi arriva dal mare e dalle altre parti d’Italia no? Oppure lo sanno ma non gliene importa nulla?
Io credo che la ragione sia una: loro ascoltano. E poi cercano di fare.
Evidentemente considerano l’approdo che gestiscono un potenziale volano di benessere per la città.
Chi approda bene, si ferma, chi si ferma conosce e apprezza. E, come faccio io, racconta. E poi, nel suo piccolo, contribuisce all’economia di una località a vocazione turistica. Semplice, no?
Esattamente come fanno i greci, qui c’è lo stesso spirito di iniziativa e una maggiore competenza.
Per chi arriva dal mare, soprattutto in questa stagione, il porto è qualcosa di fondamentale, a volte irrinunciabile, è una mano tesa, un riparo sicuro, una pausa dal navigare. Costi accessibili e accoglienza amichevole rendono questa sosta una casa, costi alti e freddezza la trasformano in un inferno da cui scappare.
Anche al Marina del Carmelo troviamo novità: la nuova struttura in una particolare architettura postmoderna è completata: bagni nuovi e al piano superiore qualcosa che verrà. Anche Vibo Marina fiorisce mentre l’Italia va indietro.
Franco è contento della stagione, sapete perché? Perché quest’anno ha ripreso ad arrivare il piccolo diporto familiare, barche sui 12 metri con famiglie a bordo che da un po’ non si vedevano. 
“E questo è bello”, dice Franco. Ora, avete mai sentito un marina felice più della crescita del piccolo diporto che di quella dei super yacht? Io no.

Ed è questo il segreto. C’è, tra chi lavora sul mare in Italia, chi ha capito che il mare deve essere di tutti, che il mare non può discriminare, che dal disequilibrio basato sulle possibilità economiche non potrà mai nascere niente di buono. 
C'è chi ragiona così. Troppi pochi, speriamo siano contagiosi.
Lo ribadisco: la Calabria è un altro Paese. È più difficile far bene, forse, e per questo riuscirci dà più soddisfazione.
La mia terra di mezzo è ancora una volta per me, il miglior modo di rientrare dal viaggio.

mercoledì 30 agosto 2017

La volubilità del bello.

Ferragosto all'ancora nell'isola più in là (....no, non te lo dico qual è)
Quando ti parlano molto di un bel luogo, cercane un altro. 
Come è volubile il bello! Quanto più è naturalmente bello, tanto più si rovina con la contaminazione con ciò che per natura non gli appartiene.
Leggevo stamattina l'articolo di una donna danese che per tutta la sua adolescenza ha sognato di raggiungere "Maya bay" la spiaggia thailandese location del film "The beach" con Leonardo Di Caprio. Per anni ha immaginato quel luogo, lo ha vissuto come sua personalissima icona di fuga, si è immedesimata in quei chilometri di sabbia bianca e in quel contesto selvaggio. E che emozione deve essere stata, tanti anni dopo, riuscire a realizzare quel viaggio. 
Poi, arrivarci e trovare l'inferno. Migliaia di barche, decine di migliaia di persone, tempo contingentato a terra perché la folla richiede metodo e scadenze, senza riuscire a scorgere un granello di sabbia sotto la ressa umana. 
Tentare vanamente di strappare un ricordo giocando con l'inquadratura della sua macchina fotografica. E non riuscirci, perché l'impresa è impossibile. 
Ecco che più un posto è paradisiaco, più la moda lo rende infernale. 
Posso fare un paragone qui in Grecia con la spiaggia del relitto a Zante. Laddove natura e disgrazia hanno creato una location spettacolare, il marketing del turismo della banalità, così caro a chi ha poca curiosità e ancor meno fantasia, ha distrutto tutto, rendendo Navagio un luogo decisamente osceno dalle 10 alle 17. 
È l'esempio più eclatante che mi viene in mente ma ce ne sono anche altri: il posto naturalmente più bello viene preso d'assalto, riempito oltremisura, consumato, violato. Ignorando completamente ciò che è un po' meno bello proprio lì accanto e che grazie a questo scempio limitrofo , diventa per contrasto naturalmente più bello.
Ormai lì evito i luoghi considerati da sogno. Lì ho visti tutti i posti più belli di questo piccolo angolo di mondo e scelgo sempre la baia accanto. Un po' meno bella, quindi infinitamente più bella. Dove i rumori sono ancora quelli della natura e non dello stereo, a proposito... perché ascoltate musica in mare? che bisogno c'è? non riuscite più a sentire il suono del silenzio? 
Dove senti il belare della capretta, il ragliare del mulo e l'urlo inquietante dei falchi della regina, dove ti guardi intorno e non c'è altro che mare e terra selvaggia. L'acqua magari è meno turchese, la spiaggia meno bianca, il ridosso meno perfetto.... ma se andate per mare come fate a non sopportare un minimo di rollio o la possibilità di dover salpare durante la notte?
Non parliamo poi di alcuni porti, con la gara a entrare, la litigata all'ultimo posto in banchina, il ghigno malato di chi guarda e giudica l'ormeggio del vicino.... Perché diavolo andate in mare se dovete solo riprodurre le malignità da macchina del caffè dell'ufficio? 
La baia accanto è sempre speciale: anche in isole affollate in agosto -  se ci inciampi per sbaglio - ti ritrovi in pochi in larghissimo spazio. E quei pochi, chissà come mai, sono silenziosi e su barche con densità di popolazione al minimo. Ti scambi un saluto, ti riconosci. Sei fratello di modo di intendere il mare e forse anche la vita. 
Ormai i miei viaggi hanno una linea guida: luglio e agosto lontano dal troppo facilmente bello e possibile. 
Uno dei triangoli migliori in questo senso è Limnos, Lesbo, Chios, con le piccole Ay Stratis e Psarà a far da collante.
Da 10 giorni non vediamo una barca. Solo grandi navi passare all'orizzonte dirette o provenienti dai Dardanelli, qualche volta barche da pesca a tenerci compagnia la notte, null'altro. Posti che non sono impaginati nella classica cartolina greca, splendidi perché veri. Unici perché non raccontati, speciali perché il turismo non li ha ancora scoperti o li ha volutamente ignorati. 
Son posti in cui far passare l'estate, di cui non vedi l'ora arrivi la fine per poi rimpiangerne la fine. Posti in cui fermarsi a lungo,  in attesa di tornare ai luoghi "canonicamente belli" solo quando, sfebbrata l'estate,  saranno davvero tornati tali, rigenerati nel battito di ciglia di una sola notte. 
Guarda oltre, trova un posto tuo, questo è viaggiare, il resto è solo vacanza.C'è sempre qualcosa una baia più in là. C'è sempre un'altra isola accanto a quella più frequentata. 
E se stai bene tu, riuscirai a trovarla più bella. 
Perché il punto è questo: stai bene, tu?

sabato 29 luglio 2017

Le notti del marinaio.

Vivo 180 giorni l'anno in mare, ormai lo sanno tutti quelli che mi conoscono e anche quelli che mi conoscevano una volta. 
Ma, appunto, si dice "giorni". 
E delle notti si parla poco, come fossero un semplice sipario tra un giorno e il successivo. 
In effetti, chi vive in mare e fa piccolo cabotaggio, di notte ne vede poca.
Respira, ora con ansia ora con serenità, quelle notti in cui deve navigare, vuoi perché la distanza lo impone, vuoi perché lo decidono in combutta il vento e l'ancoraggio. Ma sono notti tecniche più che poetiche o meditative. Notti che se sei fortunato sono illuminate dalla luna e magari finiscono prima che arrivi il giorno, quando l'ecoscandaglio segna il fondale giusto e il rumore del ferro che scende nell'acqua ti dice ben arrivato. E strappi un'ora di buio per dormire un po', prima che nasca il sole.
Poi ci sono quelle notti in cui sei rimasto dov'eri di giorno, consapevole che sarebbe stato meglio spostarsi ma fiducioso che il meteo abbia esagerato un po', notti in cui hai azzardato. Si chiamano notti vigili, quelle in cui si chiude un occhio solo e nessuna delle due orecchie. Quelle in cui, dormendo nella cabina di prua, ti fai raccontare una lunga fiaba dalla catena dell'ancora, che se alza la voce è meglio che salti giù.
Notti in cui ti alzi 3 o 4 volte, che per due persone fanno 8, in un tacito alternarsi che diventa automatico, a un certo punto. No, non è vero, non è automatico, è una guerra di nervi. Ora si alza lui, pensi, fingendo di dormire mentre l'altro fa la stessa cosa. Finché uno dei due è più convincente. 
E poi ci sono le altre notti, quelle che non vedi, perché per mare la notte è fatta per dormire. Ci si alza con l'alba e si va a letto poco dopo il tramonto, perché è così sciocco sprecare ore di luce. Un marinaio si alza col sole ed è l'ora più bella, quella che vale di più della somma di quelle che seguiranno. Ha un fuso orario tutto suo, il marinaio e d'inverno dorme di più.
E infine ci sono quelle poche notti che decidi di guardare in faccia. Quando l'aria è più secca, il cielo rischiarato da una luna che illumina una costa selvaggia. O meglio ancora quando la luna latita e la via lattea ti spiega chi sei.

Perché la luna serve per navigare, le stelle per immaginare.

lunedì 24 luglio 2017

A Skiros, sospesi nel fuori rotta degli altri.

Notte con via lattea ad Ag. Fokas
C'è un'isola che è remota pur non essendo remota. 
Anello di congiunzione di tre arcipelaghi senza essere un crocevia. 
Uno di quei miracoli della natura che mette un pezzetto di terra quasi al centro ma riesce a renderlo fuori rotta per chiunque non la consideri una meta. 
Skiros è questo. 
Isola per chi la cerca, non di passaggio. 
Golfo di Linaria, il porto di Skiros
Chi da Atene va verso le Sporadi settentrionali, è intimorito dal famigerato stretto di Kafireas e predilige la rotta che passa per il canale dell'Eubea. E così la salta. 
Chi va verso le sporadi orientali taglia in diagonale, cerca di arrivare a Samos e poi risale. Oppure sale su in Calcidica e scende poi su Limnos. Se poi, da lì, vuole tornare giù, punta su Mikonos o scende per il dodecaneso. Chi va alle Cicladi a stento arriva ad Andros, figurati risalire. 
E così, Skiros resta lì, isola isolata dalle abitudini dei naviganti. 
Il meltemi la usa come porta del vento: al suo ovest la calma del regime di brezza, al suo est lo scivolo perfetto del suo più impetuoso soffiare. 
E lei di giorno prende i vizi dell'est, ma di sera, come il sole,  anche Skyros guarda a ovest e si acquieta. 
P'acá y p'allá ad Agios Fokas
Isola di ancoraggi difficili a un primo sguardo: i grandi golfi, quasi porti naturali, hanno i fondali coperti di poseidonia  e raffiche da effetto venturi che mettono alla prova la tenuta di  qualunque ancora. 
Ma se ti ci metti d'impegno li trovi, tra la costa sud e le isolette satellite di Skiroupola e Sarakino, quei 4/5 fazzoletti di sabbia sul fondo dove l'ancora tiene anche i 40 nodi. E se sei la sola barca in zona, 4 o 5 ancoraggi ti bastano. 
È un'isola fuori rotta e apparentemente ritrosa. Persino noi, ci torniamo solo dopo 5 anni e solo perché abbiamo deciso di tornarci: qui incontrammo Ghiorgos, ci prese le cime a terra, ci aiutò a ormeggiare e ci raccontò la sua storia, così simile alla nostra, il suo lasciare la città e un lavoro da manager per una vita nuova, più semplice e più vera,  sull'isola. 
Il calore che trovammo in lui e nella gente del luogo ci ha spronato a tornare. Ghiorgos era lì e la nostra amicizia in questi giorni si è saldata. Suo figlio Orpheas è quasi un ometto ormai, bello vedere i segni del nostro peregrinare sulla statura di un ragazzo che cresce.
Il porto di Linaria.
Passiamo serate insieme a parlare di isole, di uomini che somigliano a isole e di progetti. 
Con Ghiorgos parliamo di vita, di sofferenze, di Grecia e parliamo di Skiros, il posto in cui non è solo la natura a compiere miracoli, il deus ex machina è lo spirito della gente e questa loro meravigliosa voglia di eccellenza a dispetto delle difficoltà. 
Il porto in 5 anni è cresciuto in un controtendenza perfetto con la crisi di questo Paese. Tutto, ma proprio tutto, è segno evidente di semplice ma meticolosa cura e di gioiosa inventiva. 
A partire da Sakis, che ha sostituito George al porto e fin dalla prima telefonata ti fa capire che ti aspetta. 
Sakis prende le cime di ormeggio.
Sakis il biondo, sempre in movimento con al piede ora un monopattino a tre ruote, ora il gommone, e un sorriso allegro sulla faccia che dice che quel lavoro gli piace. Quando con orgoglio mi recita i servizi del porto, gli dico che forse ci fermiamo fino a Natale, perché tutte quelle cose, tutte insieme sanno di casa e alla fine, paradossalmente, chi viaggia per mare, cerca costantemente una casa. 
Il suo sorriso si allarga, diventa contagioso e contagiosa è la sua energia. 
Ed eccomi in quello che posso definire senz'altro il miglior Marina della Grecia. 
Trappe d'ormeggio, l'assistenza di Sakis dal gommone e di Christos a terra (noi, per quel che serviamo,  potremmo completare la manovra bevendo un Martini sul ponte, avessimo il Martini...). 
La Chora di Skiros a Nord dell'isola.
I bagni sono sempre pulitissimi, una ciambella rosa identifica quello delle femmine, una azzurra per i maschi. Dalle 8 alle 9 di sera le luci nelle docce si abbassano, una palla da discoteca riflette led colorati e dagli altoparlanti arriva discomusic anni '80. Faccio la doccia sulle note di I will survive e mi sembra di sentire la Grecia cantare. 
Luce, acqua, laundry, TV satellitare, postazione computer e Wi-Fi a disposizione, una piccola libreria in banchina, se vuoi prendi un libro e lasci un libro. 
All'ancora a Ormos Limani, nell'isoletta di Skiroupola
E la sera, l'acqua sotto la barca si colora di azzurro, semplici led subacquei sottomarini per regalare alle nostre barche a vela l'illusione di essere, per una volta, dei mega yacht di lusso. Tutto questo, per soli 9 posti barca che pagano una ventina di euro al giorno tutto incluso. 
Fuori dal porto, Sakis ha allestito dei corpi morti rinviati a cime a terra perché, si sa, anche se qui arrivano in pochi, in condizioni avverse avranno problemi di ancoraggio. 
Si prevede una brutta perturbazione, più brutta di quella che poi di fatto arriverà qui e che invece porterà alluvioni devastanti in Calcidica e a Limnos. 
Molos, sulla costa nordorientale.
Sakis non si dà pace e, anche dopo che ha riempito il porto, come vede una barca entrare nel golfo salta sul gommone e gli propone una boa. "Non te lo faccio pagare l'ormeggio ma prendi una boa, l'ancoraggio è precario e ci saranno temporali". Qualcuno accetta, qualcun altro no e rischierà parecchio. 
Ecco la cosa che toglie il sorriso a Sakis, non poter risolvere tutto. "Io più che offrirgli l'ormeggio gratis e dirgli che è pericoloso star fuori, non posso fare" mi spiega alzando le spalle in un vano tentativo di simulare una rassegnazione che sa invece  di nuovo obiettivo da raggiungere. Un modo lo troverà, perché son troppe le barche andate a scogli per leggerezza dei comandanti. 
Il monastero fortificato di Ag. Ghiorgios, in cima alla Chora
Facciamo di quest'isola la nostra casa, incontriamo Lorenzo e gli amici di Rovereto che ci invitarono alla loro cena di Natale per presentare il mio libro. E poi Pino e Pina due pugliesi trapiantati a Padova con un dufour 38 con cui hanno fatto l'Atlantico andata e ritorno., con cui dividiamo un gyros e le nostre storie di vita e di mare. Passiamo i giorni a misurare le nubi nere, a rinforzare gli ormeggi ad aspettare i temporali. Ogni sera, al tramonto arriva il traghetto e, in perfetta sincronia, il bar sulla collina fa suonare la musica di "Così parlò Zarathustra", un'abitudine consolidata da decenni anche quando l'eccellenza non abitava ancora qui ma l'inventiva, quella sì, già non mancava. 
Il mulino riadattato a caffé sulla costa nordorientale.
Con lo scooter che ci ha prestato Ghiorgos giriamo l'isola in lungo e in largo da terra, andiamo a guardare il mare di fuori, arrabbiato e funesto e poi lo vediamo calmare. 
Facciamo fatica a lasciare quest'isola anche dopo aver mollato gli ormeggi dal porto, anche quando il vento cala e suggerisce ai naviganti di ripartire. 
E restiamo. 
Ci muoviamo tra i nostri ancoraggi senza nemmeno dire "domani partiamo", senza nemmeno dire "domani"
Relitto a Punta Agalipa.
Galleggiamo sospesi in uno spazio senza tempo, soli in baie bellissime e silenziose. Vediamo barche a vela passare all'orizzonte, qualcuna fermarsi un paio d'ore e poi ripartire. Dimentichiamo cosa vuol dire navigare, calamitati in questa terra di mezzo in cui nessuno sembra volersi fermare.
Guardiamo questo posto con occhi diversi, immaginandolo in pieno inverno e la segnamo tra le isole che faranno parte del nostro prossimo progetto. 
Skiros ci lega a sé, come una sirena incantatrice, complice dei nostri inesistenti programmi, solidale con il nostro incantato disimpegno. E ci insegna un viaggio diverso, quello del fermarsi e aspettare senza neanche sapere cosa aspettare.

lunedì 10 luglio 2017

Plomarion, gente dell'Est.

Su Plomarion, costa meridionale di Lesbos, 3 portolani davano informazioni completamente diverse sul fondale in banchina, chi diceva che era maggiore sul lato ovest, chi sul lato est. Concordavano unicamente sul fatto che fosse tra i 2 metri e i 2,70. Profonditá forse desunte da altre carte, non certo da sopralluogo, in ogni caso "profondamente" errate. 
Con cautela ci avviciniamo al molo di prua e rileviamo ben 5,10 mt. Una lieve sporgenza di roccia sommersa fuoriesce dal molo per soli 20 cm, comunque segnalata e protetta da apposito respingente. Ci siamo solo noi e una piccola barca francese su un molo che può ospitarne 30. All'interno del porto una piccola darsena per barche locali. 
All'autorità portuale, nel palazzetto davanti al l'ormeggio, trovo addetti simpatici e ospitali. Chiedono solo il dekpa e la compilazione di un modulo. Costo ormeggio 7 euro per un 45 piedi (tariffa valida per 2 giorni), inclusa acqua, elettricitá e quel sorriso con cui il giovane marinaio ci dice orgogliosamente "se vi serve qualcosa siamo qui, 24 ore su 24".
Il porto è soggetto a raffiche brevi ma intense, da effetto venturi che giungono ora da est, ora da ovest al traverso della barca. Ma il fondale è ottimo e con la giusta distanza dalla banchina e due traverse rinviate a prua si dorme tranquilli.
Il paese di Plomarion, seconda città di Lesbos dopo Mitilene, è un fitto affastellarsi di case colorate che si arrampicano ad anfiteatro sul porto. Nessuna concessione alle simmetrie da cartolina della Grecia che piace ai più in una architettura invece poco nobile ma disordinata e spontanea. Non c'è turismo, se non quello locale o dell'est europeo. Trovare un espresso è difficile, la maggior parte dei cafeneion ha un cartello che recita orgogliosamente "Qui serviamo solo caffè greco tradizionale". 
A 10 chilometri da qui, l'epicentro di un terremoto 6,3 che meno di un mese fa ha colpito la zona e raso al suolo un paesino qui vicino. A Plomarion non mi sembra vi siano tracce, molti edifici sembrano pericolanti ma non mi pare cicatrice di qualcosa di recente. 
La cittadina è vivace senza essere scomposta, i greci chiacchierano e fanno musica ma in modo più pacato degli occidentali. Quasi nessuno parla inglese, ma se gli dici una parola in greco possono parlarti per ore, peccato non riuscire a seguirli. Alla taverna Epta Thalasses mangiamo la miglior cucina greca che ha assorbito la creatività turca. 
Plomarion è figlia di una Lesbos particolarmente sfortunata e storicamente ricondotta a stereotipo. Il solo fatto di aver dato i natali alla poetessa Saffo, l'ha per anni circoscritta ad un pellegrinaggio omosessuale a sua volta circoscritto da qualunque altro pellegrinaggio sacro o profano di un mondo che non sa integrare ed è invece bravissimo ad alzare barriere. Oggi invece, Lesbos è soprattutto sinonimo di migranti e profughi. Un'isola che non sa più come difendersi e non ha tempo di discriminare perché è quotidianamente impegnata ad accogliere e a salvare centinaia, migliaia di vite umane. Un'isola poco sorridente, perché c'è poco da sorridere, che riesce a guadagnare spazio sui media occidentali solo grazie alle "montagne arancioni", quei cumuli immensi di salvagenti che, diventando immagine shock, diventano notizia ma notizia da leggere da lontano.
Ancora una volta resto interdetta dallo scoprire quanto sia ignorata questa Grecia più autentica, così vicina fisicamente e così lontana nell'anima da quella cartolina cicladica che si è trasformata in emblema, un brand neanche poi così greco, a cui i greci del contesto semplicemente si sforzano di somigliare. 

Meglio così, per me, che vedo il bello laddove trovo meno contaminazione. Un po' meno per loro che, anche se si attaccano a una bandiera fatta di un caffè per me imbevibile, poi ti salutano a malincuore come il nostro addetto dell' autorità portuale con un "ma l'anno prossimo tornerete, sì?" che vuol tanto dire "abbiamo bisogno di voi", quella cosa che i Greci hanno la grazia e la saggezza di saper dire, senza mai perdere in orgoglio.

Il bastardo con gloria.

È arrivato. Dopo averci regalato la sua totale inattività per 20 giorni, stanotte ha deciso di entrare di ruolo. 
Con la rabbia di chi è rimasto per giorni in coda a un casello del cielo e ora ha tutta l'aria di voler recuperare. 
Lo chiamano Meltemi, più i turisti e i naviganti, che i greci. 
Per loro è O anemós, il vento. Che in estate soffia da Nord. 
Però per farci contenti usano Meltemi come insegna dei bar e dei ristoranti, hanno capito che funziona. Marketing dell'istinto. 
Urla, il bastardo. E se provo a parlarci come faccio sempre mi dice "o che tu vuoi, bischera, sei arrivata proprio al limitare del mio scivolo..."
Urla e scalcia. E io aspetto. 
Una guerra dei nervi che ormai conosco bene. 
Da questa piccola e valorosa isoletta di Psará, puntare a nord prevede molte miglia e onde maestose. 
Gioco a scegliere la rotta NE o NW e mentre faccio questo gioco, le raffiche sulle bandiere sul molo cantilenano ora NW ora NE a farmi dispetto. 

Aspetto, si stancherà.

lunedì 26 giugno 2017

Rinìa, paradiso part time.

Ci sono isole e baie che con il passare degli anni ritrovo immutate, quasi fosse passato un giorno dall'ultimo ancoraggio invece di anni. 
In alcune, addirittura, mi è capitato di incontrare di nuovo la stessa barca, unica e solitaria come la nostra; ci si saluta a distanza e ci si riconosce anche grazie all'impaginazione nel contesto.
Altri luoghi, invece, stanno cambiando. Quasi mai in meglio, quando non sono cambiamenti fatti dai Greci ma figli di un'occupazione che chiamano turismo e libero mercato.
L'isoletta di Rinia, sorella selvaggia della mondana Mykonos e della solenne Delos con cui vive a braccetto, l'abbiamo scoperta 6 anni fa. 
Un'isola che vorrei brevettare, costruire in serie e spargere qua e là sulla rotta del mio viaggio, laddove serve, per spezzare la navigazione. Ha infatti una conformazione tale da eccitare le fantasie dei naviganti: frastagliata, collinare e con profonde insenature ai 4 punti cardinali che permettono all'isola di offrire riparo da ogni vento.
La mia preferita è la cala a Ovest, nel punto in cui Rinia ha un istmo strettissimo che la separa dal golfo orientale. 
In fondo, una piscina rettangolare di un turchese perfetto. 

Ci abbiamo passato giorni e giorni, con tutte le condizioni di vento, in tutte le stagioni e in perfetta solitudine per anni. Questo paradiso al centro mitologico dell'Egeo e a un passo dalla Mykonos popolare e emblema di una Grecia che non è più Grecia, era fino a poco fa totalmente ignorato dal turismo. Negli ultimi anni questo privilegio lo abbiamo perso. La mia piscina resta mia dal tramonto all'ora di pranzo, dopo diventa l'inferno. 
Intendiamoci, è sufficiente spostarsi di 500 metri per galleggiare sullo stesso paradiso, solo di un tono meno turchese, dove, nonostante uno spazio ben più ampio, si resta completamente soli. Una commiserevole lingua di terra fa da quinta e chiude la vista allo scempio. E ti metti in una confortevole anticamera, in attesa che gli "elementi innaturali" compiano il loro corso. L'assenza totale di campo telefonico, così come di una taverna, infatti, unitamente al richiamo irresistibile della Mykonos da bere, creerà dalle 18 alle 19 un esodo che neanche sulla Pontina in un sabato di luglio.
Lo sappiamo, e coraggiosamente, aspettiamo l'avvento. Due atteggiamenti diversi a bordo: io tendo alla fuga già all'arrivo della prima barca, Giovanni invece resiste, con un masochistico desiderio di assistere a quella che sarà una bagarre nautica, una lotta all'ultimo metro quadro di turchese tra yacht di solito sproporzionati per il contesto, anzi, sproporzionati a prescindere. Masochistico ma anche sadico: vuole che l'assalto sia terminato prima di lasciare il posto migliore, creando così nuovo scompiglio e mescolando nuovamente le carte del gioco.
Facciamo come vuole il comandante. Il primo ad arrivare, alle 13 in punto, è una barca a vela grande come la nostra ma decisamente più affollata di una famiglia rumorosa ma accorta e non molesta. 
Poi un super motor yacht di una cinquantina di metri, all black incluse le finestrature. Strana musica ad alto volume, non so se techno, house o cosa altro, insomma mi hanno detto che è musica, pensavo a un martello pneumatico sottocoperta. Dà ancora e chiude trasversalmente la cala andando a mettere cime a terra. 2 moto d'acqua sono già armate in plancetta, gente annoiata passeggia sul ponte con l'aria di chi si è appena svegliata. Non è carino guardarli ma non posso farci nulla, hanno preso il posto del mio orizzonte. Spengono la musica, ma è solo per cambiare disco, credo...., in realtà mi sembra identica a quella di prima. 
Io sono già al terzo "Vabbe', andiamo?".
Poi un paio di gommoni e un barchino, ci superano e vanno laddove il fondale permette solo a un senza pinna di andare. 
Un catamarano di 60 piedi ci punta, anticipato dal suo tender con a bordo uno che indica dietro di noi, non ha pinne vuol fare il gommone. Mi passa accanto a 6 nodi, ma poi pensa di non farcela, non sembra pratico perché in realtà ce la farebbe benissimo. Una bella marcia indietro sempre a 6 nodi e riguadagna quel luogo verso mare dove sarebbe cortese sempre buttare l'ancora quando si arriva dopo. 
Sono al settimo "Vabbe', andiamo?" e alla fine il Comandante cede sul mio desiderio di nominare il fortunato di oggi, l'ultimo arrivato, un Hanse di 55 piedi,  che aggressivamente ci viene incontro, deciso a trovare l'introvabile ultimo spazio. Lo sguardo del timoniere mi dice "non mi fermerai, so che posso farcela e comunque lo farò". Si aspetta battaglia, io invece gli sorrido, alzo una mano in segno di saluto e compio quel piccolo gesto emblematico che renderebbe mansueto anche Sandokan: apro il gavone dell'ancora e prendo il telecomando. Una decina di braccia a prua della barca, come fossero aghi di una bussola, puntano all'unisono su di me. Gridolini estasiati di "She's leaving!!!!" che supera in giubilo persino quello dei miei genitori quando me ne andai di casa.
E poi, saluti entusiasti, amore puro tirato a braccia, per quello che prendono come un gesto di generosità ed è invece solo spirito di autoconservazione.
Fate con comodo, io aspetto fuori, tanto resistete poco, lo so.

domenica 25 giugno 2017

La rotta del bordo migliore.


P'acá y p'allá all'ancora sotto il monatero di Xrisopigi, Sifnos.
Sono almeno due anni che il mio viaggio non ha più una meta, laddove la meta è un posto nuovo da raggiungere, perché abbiamo esaurito in questo fazzoletto di mare le isole da scoprire. Tutte sono ormai già raggiunte e anche già toccate più volte. 
Mi sento sempre chiedere "ma non sei stanca della Grecia? Non hai voglia di altri mari?"
No.
È casa mia, sono fedele. Viaggio non per dire di esserci stata ma per stare. È poco avventuroso? Fa poco viaggiatore? Pazienza, problema di altri, non mio.
Non ho medaglie da cercare, né bandierine da piantare.
Fatto sta, però, che quando non c'è un luogo da scoprire, manca una meta. Ci si perde intorno, si va dove si vuole.
È un po' indolente, un po' dispersivo.
Impone, comunque, di trovare una linea guida, un principio di fondo che conduca i tuoi passi.
Il viaggio di quest'anno avrà la sua traccia: sarà la rotta del "bordo migliore a seconda del vento che c'è".
Da Milos, pensavamo di andare verso Astipalea, passando attraverso la caldera di Santorini e fermandoci qualche giorno a Anafi, a risacca piacendo.
Ma si prospetta una settimana di calma di vento qui in Egeo. E quando il vento calma si risale, per sfruttare quel poco che arriva d'inerzia da nord. Rotta NordEst quindi, a cercare il vento. 
Le isole che tocchiamo son quelle che stanno sulla bolina.
Da Milos, Sifnos, poi Antiparos, ora a Rinia dopo aver acchiappato un meltemi timido a Mykonos e nei prossimi giorni a Ikaria. Regalandoci quegli ancoraggi di solito impossibili e godendo di queste piccole novità .
Sempre che il vento non cambi idea, in quel caso la cambieremo con lui.
Non avere appuntamenti è il lusso più bello che puoi avere per mare. Subito dopo quello del non sapere che giorno o che ora è.
Si chiama libertà ed è quella vera.

martedì 1 novembre 2016

Back home.


Ogni anno è allo stesso tempo più naturale e più contro natura. Il lungo viaggio che mi riporta a casa aiuta come sempre a stemperare il distacco, ormai una dolce via crucis di piccoli appuntamenti consolatori. 
Saltata la mia tappa preferita, Crotone, per meteo infausto nello Ionio, abbiamo ripercorso la lunga via dei tre tirreni facendo sosta in luoghi amici, da Vibo Marina con il caldo abbraccio del marina del Carmelo a Gaeta, poi una breve sosta notturna in quel porto mai costruito a Fiumicino e su, molto tranquillamente fino a casa. Miglia dopo miglia, guadagnando cellule epiteliali difensive per un ritorno che, ogni anno di più, è strano e faticoso. Ma è colpa mia, non del mondo. Quando scegli di chiamarti fuori poi sei effettivamente fuori.
Un ritorno prudente e fortunato, con un po' di vela leggera e anche parecchio motore, scegliendo di fermarsi nei giorni cattivi perché il tempo e l'essere liberi da un bisogno idiota di eroismo ti insegnano ad aver più cura della tua barca che dell'avventura. Ché le avventure lasciamole ai grandi, sia in mare che a terra, impariamo a riconoscere gli eroi in chi fa qualcosa di davvero importante, possibilmente non per se stesso ma per gli altri. 

E non siamo noi. E non ne vedo in giro.
Questo sarebbe il momento dei numeri, miglia trascorse, giorni passati in mare, nodi di vento, isole toccate.... Ma non ho voglia di contare, né mi appunto cose che fanno numero.
Suono confusa, lo so, è normale. Sono realmente confusa ogni volta che rimetto piede a terra e riprendo contatto con essa. Abbiate pazienza. Si apre davanti a me la stagione in cui restituire. Tentare di essere figlia, amica, zia.
Tentare di essere all'altezza e non è facile. Mediare tra il bisogno di fuga e di solitudine e il dovere. Confrontarsi coi sensi di colpa. 
E cercare con disciplina e umiltà di produrre qualcosa. Scrivere, ma forse non di mare. Lo fanno già in troppi ormai e quel che leggo, sinceramente non mi piace, mi atterrisce il pensiero di produrre qualcosa di simile senza neanche rendermene conto.
Scrivere è vita per me, da quando ho imparato a farlo, la miglior terapia del mondo per chi non sa tenere un pennello in mano.
E fare elenchi. E ascoltare. E, soprattutto, trattenere il fiato e aspettare. Guardando il mare che per fortuna mi tengo sempre addosso. 
Buon vento a tutti. In mare, a terra, ovunque viviate.

lunedì 24 ottobre 2016

A Vibo Marina a far scorrere i giorni.


414. In tanti ne sono arrivati l'altro giorno portati da una nave soccorso della Croce Rossa. Il più piccolo ha 4 giorni soltanto. 
È il quarto sbarco di quest'anno a Vibo Marina, vengono portati qui quando l'affluenza nei punti più vicini al recupero, in Sicilia o in Calabria ionica,  è arrivata alla massima saturazione. 
Nel sabato del villaggio di uno strano ottobre molto estivo, cittadini, forze dell'ordine e emigranti si mescolano senza mescolarsi sul lungomare di Vibo. Divisi da un cordone di transenne e strisce di plastica bianca e rossa, improvvisato velocemente. Eppure tutto, nella sua infinita tristezza, sembra a noi di passaggio, così naturale da far pensare che sia un fenomeno assai più frequente.
Vengono dall'Africa, vari paesi, sono uomini, donne e bambini. Sono tanti, apparentemente in buono stato fisico. Alcuni vengono accompagnati dai volontari in delle tende tirate su velocemente, forse per fare un controllo medico. Dalle transenne i vecchi del luogo chiedono "sta bene?", "e il bambino?" 
C'è un'unità di decontaminazione, ma non sembra se ne faccia uso. 
Mi fermo a guardare da oltre quelle transenne che mi posizionano di fatto nella parte del mondo dei fortunati. Come sempre. Non per meriti ma per casualità di nascita.
Devo ricordarmelo, ogni giorno. 
Mi colpisce la loro quiete, forse figlia della stanchezza o del lungo viaggio. O della rassegnazione. 
Da lontano sembra una scolaresca di bambini, seduti a terra, in fila ordinata, con un foglio in mano. Assumono tutti la stessa posizione, seduti con le gambe piegate davanti, qualcuno ha la testa poggiata sulle ginocchia, forse cerca di dormire, ma i più guardano avanti, seduti tutti alla stessa maniera. Fermi, composti, guardano avanti a loro senza forse guardare nulla, senza parlare tra loro. 
A gruppi di una decina si alzano a chiamata, si mettono in fila. Ricevono un paio di pantaloni e una giacca a vento grigi, quasi tutti indossano questi abiti supplementari, forniti per dare loro semplicemente il conforto di qualcosa di più caldo di ciò che hanno addosso ma fa impressione vederli lì in fila ordinata, in divisa, salire sui pullman che li porteranno altrove. Fa impressione a me, perché alla mente questa scena richiama brutte immagini del passato che letteratura e cinematografia ci hanno insegnato a chiamare deportazione. Ma è solo un collegamento istintivo. 
Ho visto tutt'altro. Ho visto uomini collaborare per salvare delle vite, ho visto mani che toccavano altre mani, sorrisi che rassicuravano, braccia che accompagnavano. Ho visto ciò che è naturale vedere che combatteva ciò che è mostruoso vedere. 
Ho visto l'accoglienza. Nei fatti invece che nelle parole. Ed era così chiaro che non c'è altra forma possibile, solo questa. 
Ho visto organizzazione, efficienza. Quella che in Grecia non hanno, non possono avere e alla cui mancanza sopperiscono con la sola umanità. 
Ma il risultato, seppur diverso, è lo stesso: l'uomo dà una mano all'uomo, senza chiedere perché. Ed è bello.

domenica 16 ottobre 2016

L'attesa.

Questa parte del viaggio è fatta di attesa. Arrivi al lembo occidentale di questo ionio greco e aspetti le condizioni ideali per passare dall'altra parte di questo piccolo mare che per me è come l'oceano. 
Ci sono spesso arrivata in corsa, coi minuti contati per volare di là. E il tempo di attesa era troppo breve. 
Stavolta no. Arrivo ai blocchi di partenza e aspetto il tempo giusto. La finestra buona sembrava quella del 13 e 14 ottobre ma la forte instabilità ci ha convinto a rimandare, sperando di non sbagliare. Perché anche ad aspettare si può sbagliare. Si può sbagliare sempre e questo ti mette - no diciamo che mi mette - un filo di ansia addosso. 
Da una settimana la meteo ci dà costantemente una buona finestra per lunedì, non ha mai cambiato idea in tutta la settimana, speriamo non lo faccia ora. 
Nel frattempo, casa è stata Itaca, un'Itaca vivace nelle ionie di ottobre rese alta stagione dal charter nautico low cost di ottobre tanto caro ai nord europei. Vantaggi e svantaggi di un po' di affollamento, quello a cui noi non siamo abituati. Ma in questo periodo fa piacere vedere barche per mare, quindi il saldo è a favore dei vantaggi. 
Poi c'è sempre il sabato, giorno in cui i charter sono fermi per pulizia barche, e a terra senti di nuovo parlare greco, in banchina solo gente che come te ha scelto il mare come vita, ci si sorride, ci si chiede dove si è diretti. E stamattina a sorpresa troviamo Kosta in banchina, il re di Galaxidi dove ha uno shipchandler incredibilmente fornito, un albergo, un forno e chissà cos'altro. Sta trasferendo un Beneteau 54 con sua figlia e ci offre un caffè.
Kosta ci racconta di trombe d'aria intorno a noi nei giorni scorsi, una a Mesolonghi, una a Zante, negli occhi ho quella di Genova e di Napoli di ieri. 
Si tende il filo di ansia, leggera leggera, ma sempre lì, a ricordarmi che tutto è un equilibrio precario. L'ho scelto io, non mi lamento, ma in un'epoca in cui la paura si rifiuta io me la tengo stretta addosso e quando poi mi sento di nuovo al sicuro sento che la paura è una bella coperta di lana, ti ricorda costantemente che la vita è bella e non è un compito da poco.
340 miglia davanti fino alla prossima sosta, per alcuni sono nulla, roba da fare ad occhi chiusi e con la mano sinistra. Per me sono sempre la tratta più lunga che faccio, quindi il mio personale oceano. 
La voglia di arrivare, sanerà la nostalgia crescente di questo Paese che ho nel cuore, compenserà il rimpianto in un gioco ormai noto di equilibri della mia bilancia di vita. 
Auguratemi buon vento e soffiate piano, nella giusta direzione.

lunedì 10 ottobre 2016

Itaca, Vathi. E i déjà-vu

C'è qualcosa che ti porta a tornare sempre negli stessi luoghi, a un certo punto del viaggio. Eppure pianifichi di non farlo, perché del poco che resta di non fatto, hai quasi bisogno. Meganisi, l'isola sempre sfiorata, toccata una volta per una breve sosta, ma per lo più lasciata sfilare ora a dritta ora a sinistra era l'isola in cui volevamo fermarci oggi. 
Il molo dotato di corrente, come confermato dagli amici, era un'attrazione in più in giornate come queste in cui i pannelli solari restano a dormire. E poi la bottiglia di bianco messa in frigo da Filippo che ci aspettava lì con il suo Morgana, il suo amico chef che preparava manicaretti per noi. 
E invece no. 
Alla fine, quando non decide il vento, decide il cielo, anzi direi che il cielo è in certi casi più autoritario del vento. Verso nord, all'improvviso un muro nero, lampi educati ma decisi rischiaravano a tratti un'orizzonte comunque privo di visibilità. A ovest su Itaca, un chiarore maggiore, qualche sprazzo di azzurro in cielo. Come un richiamo. Lo sappiamo che arriverà pure lì, ma in queste situazioni e in questo tratto di mare staccarsi dal continente regala più possibilità. 
Ma non è nemmeno questo il vero motivo. Torni nei luoghi che conosci più facilmente di quanto vai a trovarne di nuovi, in questa stagione. Torni nei luoghi che son già stati base della traversata di ritorno, come un ticket da prendere, come un commiato necessario. È rassicurante, consolatorio e confortante. Come una tazza di tè caldo tra le mani in un autunno che, contrariamente a quanto mi ostino a pensare non ha affatto deciso di rinunciare al suo ruolo. 
Ovviamente, appena cambiata la rotta ha diluviato, lampeggiato e tuonato sopra di noi, davanti a noi e fino al nostro arrivo. Ma poi ha smesso, dispettoso cielo, e ci ha restituito i colori. 
Chissà, magari domani torna l'estate, me la porta l'arcobaleno.