lunedì 26 giugno 2017

Rinìa, paradiso part time.

Ci sono isole e baie che con il passare degli anni ritrovo immutate, quasi fosse passato un giorno dall'ultimo ancoraggio invece di anni. 
In alcune, addirittura, mi è capitato di incontrare di nuovo la stessa barca, unica e solitaria come la nostra; ci si saluta a distanza e ci si riconosce anche grazie all'impaginazione nel contesto.
Altri luoghi, invece, stanno cambiando. Quasi mai in meglio, quando non sono cambiamenti fatti dai Greci ma figli di un'occupazione che chiamano turismo e libero mercato.
L'isoletta di Rinia, sorella selvaggia della mondana Mykonos e della solenne Delos con cui vive a braccetto, l'abbiamo scoperta 6 anni fa. 
Un'isola che vorrei brevettare, costruire in serie e spargere qua e là sulla rotta del mio viaggio, laddove serve, per spezzare la navigazione. Ha infatti una conformazione tale da eccitare le fantasie dei naviganti: frastagliata, collinare e con profonde insenature ai 4 punti cardinali che permettono all'isola di offrire riparo da ogni vento.
La mia preferita è la cala a Ovest, nel punto in cui Rinia ha un istmo strettissimo che la separa dal golfo orientale. 
In fondo, una piscina rettangolare di un turchese perfetto. 

Ci abbiamo passato giorni e giorni, con tutte le condizioni di vento, in tutte le stagioni e in perfetta solitudine per anni. Questo paradiso al centro mitologico dell'Egeo e a un passo dalla Mykonos popolare e emblema di una Grecia che non è più Grecia, era fino a poco fa totalmente ignorato dal turismo. Negli ultimi anni questo privilegio lo abbiamo perso. La mia piscina resta mia dal tramonto all'ora di pranzo, dopo diventa l'inferno. 
Intendiamoci, è sufficiente spostarsi di 500 metri per galleggiare sullo stesso paradiso, solo di un tono meno turchese, dove, nonostante uno spazio ben più ampio, si resta completamente soli. Una commiserevole lingua di terra fa da quinta e chiude la vista allo scempio. E ti metti in una confortevole anticamera, in attesa che gli "elementi innaturali" compiano il loro corso. L'assenza totale di campo telefonico, così come di una taverna, infatti, unitamente al richiamo irresistibile della Mykonos da bere, creerà dalle 18 alle 19 un esodo che neanche sulla Pontina in un sabato di luglio.
Lo sappiamo, e coraggiosamente, aspettiamo l'avvento. Due atteggiamenti diversi a bordo: io tendo alla fuga già all'arrivo della prima barca, Giovanni invece resiste, con un masochistico desiderio di assistere a quella che sarà una bagarre nautica, una lotta all'ultimo metro quadro di turchese tra yacht di solito sproporzionati per il contesto, anzi, sproporzionati a prescindere. Masochistico ma anche sadico: vuole che l'assalto sia terminato prima di lasciare il posto migliore, creando così nuovo scompiglio e mescolando nuovamente le carte del gioco.
Facciamo come vuole il comandante. Il primo ad arrivare, alle 13 in punto, è una barca a vela grande come la nostra ma decisamente più affollata di una famiglia rumorosa ma accorta e non molesta. 
Poi un super motor yacht di una cinquantina di metri, all black incluse le finestrature. Strana musica ad alto volume, non so se techno, house o cosa altro, insomma mi hanno detto che è musica, pensavo a un martello pneumatico sottocoperta. Dà ancora e chiude trasversalmente la cala andando a mettere cime a terra. 2 moto d'acqua sono già armate in plancetta, gente annoiata passeggia sul ponte con l'aria di chi si è appena svegliata. Non è carino guardarli ma non posso farci nulla, hanno preso il posto del mio orizzonte. Spengono la musica, ma è solo per cambiare disco, credo...., in realtà mi sembra identica a quella di prima. 
Io sono già al terzo "Vabbe', andiamo?".
Poi un paio di gommoni e un barchino, ci superano e vanno laddove il fondale permette solo a un senza pinna di andare. 
Un catamarano di 60 piedi ci punta, anticipato dal suo tender con a bordo uno che indica dietro di noi, non ha pinne vuol fare il gommone. Mi passa accanto a 6 nodi, ma poi pensa di non farcela, non sembra pratico perché in realtà ce la farebbe benissimo. Una bella marcia indietro sempre a 6 nodi e riguadagna quel luogo verso mare dove sarebbe cortese sempre buttare l'ancora quando si arriva dopo. 
Sono al settimo "Vabbe', andiamo?" e alla fine il Comandante cede sul mio desiderio di nominare il fortunato di oggi, l'ultimo arrivato, un Hanse di 55 piedi,  che aggressivamente ci viene incontro, deciso a trovare l'introvabile ultimo spazio. Lo sguardo del timoniere mi dice "non mi fermerai, so che posso farcela e comunque lo farò". Si aspetta battaglia, io invece gli sorrido, alzo una mano in segno di saluto e compio quel piccolo gesto emblematico che renderebbe mansueto anche Sandokan: apro il gavone dell'ancora e prendo il telecomando. Una decina di braccia a prua della barca, come fossero aghi di una bussola, puntano all'unisono su di me. Gridolini estasiati di "She's leaving!!!!" che supera in giubilo persino quello dei miei genitori quando me ne andai di casa.
E poi, saluti entusiasti, amore puro tirato a braccia, per quello che prendono come un gesto di generosità ed è invece solo spirito di autoconservazione.
Fate con comodo, io aspetto fuori, tanto resistete poco, lo so.

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