lunedì 10 luglio 2017

Plomarion, gente dell'Est.

Su Plomarion, costa meridionale di Lesbos, 3 portolani davano informazioni completamente diverse sul fondale in banchina, chi diceva che era maggiore sul lato ovest, chi sul lato est. Concordavano unicamente sul fatto che fosse tra i 2 metri e i 2,70. Profonditá forse desunte da altre carte, non certo da sopralluogo, in ogni caso "profondamente" errate. 
Con cautela ci avviciniamo al molo di prua e rileviamo ben 5,10 mt. Una lieve sporgenza di roccia sommersa fuoriesce dal molo per soli 20 cm, comunque segnalata e protetta da apposito respingente. Ci siamo solo noi e una piccola barca francese su un molo che può ospitarne 30. All'interno del porto una piccola darsena per barche locali. 
All'autorità portuale, nel palazzetto davanti al l'ormeggio, trovo addetti simpatici e ospitali. Chiedono solo il dekpa e la compilazione di un modulo. Costo ormeggio 7 euro per un 45 piedi (tariffa valida per 2 giorni), inclusa acqua, elettricitá e quel sorriso con cui il giovane marinaio ci dice orgogliosamente "se vi serve qualcosa siamo qui, 24 ore su 24".
Il porto è soggetto a raffiche brevi ma intense, da effetto venturi che giungono ora da est, ora da ovest al traverso della barca. Ma il fondale è ottimo e con la giusta distanza dalla banchina e due traverse rinviate a prua si dorme tranquilli.
Il paese di Plomarion, seconda città di Lesbos dopo Mitilene, è un fitto affastellarsi di case colorate che si arrampicano ad anfiteatro sul porto. Nessuna concessione alle simmetrie da cartolina della Grecia che piace ai più in una architettura invece poco nobile ma disordinata e spontanea. Non c'è turismo, se non quello locale o dell'est europeo. Trovare un espresso è difficile, la maggior parte dei cafeneion ha un cartello che recita orgogliosamente "Qui serviamo solo caffè greco tradizionale". 
A 10 chilometri da qui, l'epicentro di un terremoto 6,3 che meno di un mese fa ha colpito la zona e raso al suolo un paesino qui vicino. A Plomarion non mi sembra vi siano tracce, molti edifici sembrano pericolanti ma non mi pare cicatrice di qualcosa di recente. 
La cittadina è vivace senza essere scomposta, i greci chiacchierano e fanno musica ma in modo più pacato degli occidentali. Quasi nessuno parla inglese, ma se gli dici una parola in greco possono parlarti per ore, peccato non riuscire a seguirli. Alla taverna Epta Thalasses mangiamo la miglior cucina greca che ha assorbito la creatività turca. 
Plomarion è figlia di una Lesbos particolarmente sfortunata e storicamente ricondotta a stereotipo. Il solo fatto di aver dato i natali alla poetessa Saffo, l'ha per anni circoscritta ad un pellegrinaggio omosessuale a sua volta circoscritto da qualunque altro pellegrinaggio sacro o profano di un mondo che non sa integrare ed è invece bravissimo ad alzare barriere. Oggi invece, Lesbos è soprattutto sinonimo di migranti e profughi. Un'isola che non sa più come difendersi e non ha tempo di discriminare perché è quotidianamente impegnata ad accogliere e a salvare centinaia, migliaia di vite umane. Un'isola poco sorridente, perché c'è poco da sorridere, che riesce a guadagnare spazio sui media occidentali solo grazie alle "montagne arancioni", quei cumuli immensi di salvagenti che, diventando immagine shock, diventano notizia ma notizia da leggere da lontano.
Ancora una volta resto interdetta dallo scoprire quanto sia ignorata questa Grecia più autentica, così vicina fisicamente e così lontana nell'anima da quella cartolina cicladica che si è trasformata in emblema, un brand neanche poi così greco, a cui i greci del contesto semplicemente si sforzano di somigliare. 

Meglio così, per me, che vedo il bello laddove trovo meno contaminazione. Un po' meno per loro che, anche se si attaccano a una bandiera fatta di un caffè per me imbevibile, poi ti salutano a malincuore come il nostro addetto dell' autorità portuale con un "ma l'anno prossimo tornerete, sì?" che vuol tanto dire "abbiamo bisogno di voi", quella cosa che i Greci hanno la grazia e la saggezza di saper dire, senza mai perdere in orgoglio.

Il bastardo con gloria.

È arrivato. Dopo averci regalato la sua totale inattività per 20 giorni, stanotte ha deciso di entrare di ruolo. 
Con la rabbia di chi è rimasto per giorni in coda a un casello del cielo e ora ha tutta l'aria di voler recuperare. 
Lo chiamano Meltemi, più i turisti e i naviganti, che i greci. 
Per loro è O anemós, il vento. Che in estate soffia da Nord. 
Però per farci contenti usano Meltemi come insegna dei bar e dei ristoranti, hanno capito che funziona. Marketing dell'istinto. 
Urla, il bastardo. E se provo a parlarci come faccio sempre mi dice "o che tu vuoi, bischera, sei arrivata proprio al limitare del mio scivolo..."
Urla e scalcia. E io aspetto. 
Una guerra dei nervi che ormai conosco bene. 
Da questa piccola e valorosa isoletta di Psará, puntare a nord prevede molte miglia e onde maestose. 
Gioco a scegliere la rotta NE o NW e mentre faccio questo gioco, le raffiche sulle bandiere sul molo cantilenano ora NW ora NE a farmi dispetto. 

Aspetto, si stancherà.